{"id":27215,"date":"2026-10-23T16:04:57","date_gmt":"2026-10-23T16:04:57","guid":{"rendered":"https:\/\/laser.it\/?p=27215"},"modified":"2026-10-23T16:04:57","modified_gmt":"2026-10-23T16:04:57","slug":"maggiori-trump-ha-scioccato-piu-leuropa-della-cina-il-vecchio-equilibrio-con-gli-usa-e-finito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/laser.it\/?p=27215","title":{"rendered":"Maggiori: \u201cTrump ha scioccato pi\u00f9 l\u2019Europa della Cina. Il vecchio equilibrio con gli Usa \u00e8 finito\u201d"},"content":{"rendered":"<p> (Adnkronos) &#8211; Non \u00e8 la fine della globalizzazione. \u00c8 qualcosa di pi\u00f9 profondo: una riscrittura della mappa delle dipendenze che per decenni abbiamo considerato soltanto come il prodotto efficiente della specializzazione internazionale. Un chip, una rete di pagamenti, un magnete al neodimio, un servizio cloud non valgono pi\u00f9 soltanto per ci\u00f2 che producono o per quanto costano, ma per il potere che attribuiscono a chi li controlla e per la vulnerabilit\u00e0 che creano in chi ne dipende.\u00a0<\/p>\n<p>\u00c8 su questo confine, sempre meno netto, tra economia e geopolitica che lavora Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. La sua ricerca, nata dallo studio della finanza internazionale, dei flussi di capitale, delle valute di riserva e del ruolo del dollaro, negli ultimi anni si \u00e8 spostata sempre pi\u00f9 decisamente verso la geoeconomia: il modo in cui gli Stati trasformano relazioni economiche apparentemente ordinarie in strumenti di influenza e coercizione.\u00a0<\/p>\n<p>Con Christopher Clayton e Jesse Schreger, Maggiori ha costruito un\u2019architettura teorica del fenomeno. In The Great Game: A Model of Geoeconomic Competition, due egemoni continuano a commerciare tra loro mentre cercano contemporaneamente di impedire che il rivale diventi un\u2019alternativa credibile per il resto del mondo: il profitto di una relazione economica viene cos\u00ec continuamente pesato contro il potere geopolitico che quella stessa relazione pu\u00f2 consegnare all\u2019avversario.\u00a0<\/p>\n<p>Maggiori \u00e8 in questi giorni a Torino per il Festival Internazionale dell\u2019Economia. Al Collegio Carlo Alberto tiene la Pareto Lecture dedicata alla \u201cGeoeconomics\u201d: \u00e8 da qui che parte anche la conversazione con l&#8217;Adnkronos.\u00a0<\/p>\n<p>\nSi parla continuamente di deglobalizzazione, decoupling, friend-shoring. Stiamo davvero assistendo alla fine della globalizzazione?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cNo. \u00c8 un cambiamento molto pi\u00f9 sottile. Se guardiamo i dati del commercio internazionale non vediamo semplicemente un mondo che smette di commerciare: siamo ancora su livelli molto elevati. Quello che vediamo \u00e8 piuttosto un reassessment, una riconsiderazione della natura della globalizzazione e soprattutto delle dipendenze economiche.\u00a0<\/p>\n<p>Per l\u2019Europa questo \u00e8 fondamentale. E lo shock, a mio avviso, non \u00e8 arrivato soltanto o soprattutto dalla Cina: \u00e8 arrivato dagli Stati Uniti.\u00a0<\/p>\n<p>Prendiamo i sistemi di pagamento. Sono un classico esempio di un sistema nel quale vuoi stare perch\u00e9 ci sono tutti gli altri, un po\u2019 come avviene con un social network. Negli acquisti retail in Europa utilizziamo in larga misura Visa e Mastercard. A livello internazionale abbiamo Swift. La domanda che dieci anni fa quasi nessuno si sarebbe posto oggi diventa invece naturale: quanto vogliamo dipendere da infrastrutture che possono essere sottoposte all\u2019influenza di un altro Paese?\u00a0<\/p>\n<p>Da qui vengono iniziative come l\u2019euro digitale o il tentativo di connettere maggiormente i sistemi europei di pagamento wholesale con quelli di Paesi come Brasile e India. E lo stesso ragionamento vale per aziende come Asml, che si trova in un nodo essenziale della catena mondiale dei semiconduttori.\u00a0<\/p>\n<p>Per decenni abbiamo spiegato il vantaggio della globalizzazione attraverso la specializzazione: io faccio una cosa, tu un\u2019altra, diventiamo entrambi molto bravi e poi commerciamo. \u00c8 il classico argomento economico. Adesso bisogna aggiungere una domanda: cosa succede se un giorno la controparte ti dice che quella cosa non te la vende pi\u00f9, a nessun prezzo?\u00a0<\/p>\n<p>Molte produzioni si possono ricreare abbastanza rapidamente. Altre no. Non si costruisce dall\u2019oggi al domani un sistema internazionale di pagamenti o una capacit\u00e0 produttiva di semiconduttori avanzati. \u00c8 qui che emerge il trade-off fra il vantaggio della specializzazione e il valore della sicurezza economica\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nMa questo porter\u00e0 davvero alla formazione di due sistemi economici, uno occidentale e uno cinese?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cQui bisogna partire dall\u2019importanza degli alleati. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme e hanno un potere economico molto forte, ma in molti settori, per esercitare una vera pressione su Paesi terzi, hanno bisogno dell\u2019Europa, del Regno Unito, della Corea, dell\u2019Australia.\u00a0<\/p>\n<p>Pensiamo alle sanzioni finanziarie: senza i grandi centri finanziari europei e britannici la loro efficacia potrebbe essere enormemente ridotta. Pensiamo ai semiconduttori: ci sono tecnologie essenziali in Europa e altre in Corea. Per esercitare e mantenere potere geoeconomico serve quindi una rete di alleanze.\u00a0<\/p>\n<p>Per questo, se l\u2019obiettivo americano \u00e8 competere con la Cina, distruggere l\u2019alleanza transatlantica o introdurre una forte incertezza al suo interno \u00e8 probabilmente una delle politiche economiche meno sensate che si possano perseguire.\u00a0<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, non vedo una semplice scomparsa del commercio. Il rapporto tra importazioni ed esportazioni e Pil mondiale, dopo il grande aumento dei decenni precedenti al 2008, si \u00e8 sostanzialmente stabilizzato. E in questa fase il boom dell\u2019AI sta addirittura alimentando molto commercio internazionale, perch\u00e9 la sua manifattura e le sue infrastrutture sono distribuite attraverso molti Paesi.\u00a0<\/p>\n<p>Quindi il cambiamento strutturale non sar\u00e0 necessariamente meno globalizzazione. Sar\u00e0 una globalizzazione diversa: una rotazione delle attivit\u00e0, delle catene del valore e delle dipendenze\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nIl problema, per\u00f2, \u00e8 stabilire che cosa sia davvero strategico. Ormai qualunque industria in difficolt\u00e0 tende a definirsi tale.<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cEd \u00e8 esattamente il rischio. La maggior parte delle industrie non \u00e8 strategica. Una delle ragioni per cui facciamo questa ricerca \u00e8 proprio cercare di dare disciplina al concetto. Altrimenti il meccanismo diventa molto semplice: sei un\u2019impresa europea che non riesce a competere e chiedi protezione dicendo che, se chiudi, arrivano i cinesi. Ma a un economista interessano anzitutto le persone, non tenere in vita qualsiasi azienda. Se una chiusura provoca uno shock molto rapido e concentrato su lavoratori che hanno poche alternative, esistono ottime ragioni per politiche di sostegno e riqualificazione. \u00c8 diverso dal dire che quella specifica impresa debba sopravvivere.\u00a0<\/p>\n<p>Perch\u00e9 un settore sia davvero strategico vedo almeno tre caratteristiche.\u00a0<\/p>\n<p>La prima \u00e8 un fortissimo controllo dell\u2019offerta. Se qualcuno mi dice \u2018non te lo vendo pi\u00f9\u2019, devo domandarmi se esiste un altro fornitore. Controllare il 95% di qualcosa \u00e8 molto diverso dal controllarne il 50%.\u00a0<\/p>\n<p>La seconda \u00e8 la difficolt\u00e0 tecnologica di ricreare l\u2019alternativa. \u00c8 una delle ragioni per cui Asml conta cos\u00ec tanto. Ricostruire certe capacit\u00e0 richiede anni, tecnologia e competenze che non si comprano semplicemente mettendo denaro sul tavolo.\u00a0<\/p>\n<p>La terza \u00e8 l\u2019importanza del settore per tutto il resto dell\u2019economia. I sistemi di pagamento sono strategici perch\u00e9 bloccare le transazioni ha un effetto trasversale enorme. Lo stesso non vale per la stragrande maggioranza dei beni che commerciamo.\u00a0<\/p>\n<p>Quindi dobbiamo smettere di utilizzare \u2018strategico\u2019 come una categoria binaria o come un\u2019etichetta politica. \u00c8 una questione quantitativa\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nPrendiamo casi concreti: pannelli solari, pale eoliche, batterie, in poche parole energia verde. L\u2019Europa dovrebbe accettare di comprare prodotti cinesi molto pi\u00f9 economici oppure investire (e pagare prezzi pi\u00f9 alti) per ricostruire una propria industria?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cBisogna prima capire quale sia esattamente la dipendenza. Se domani la Cina smettesse di venderci pannelli solari, quelli che abbiamo gi\u00e0 installato continuerebbero a produrre energia. \u00c8 diverso dal petrolio: il petrolio si consuma e, se smettono di vendertelo, hai soltanto le riserve disponibili.\u00a0<\/p>\n<p>Questo \u00e8 importante perch\u00e9 la risposta alla dipendenza non deve essere necessariamente: produciamo tutto in casa. Puoi avere scorte strategiche. Puoi installare una capacit\u00e0 maggiore. Puoi diversificare i fornitori.\u00a0<\/p>\n<p>La transizione verso le energie rinnovabili, tra l\u2019altro, pu\u00f2 avere anche un beneficio di indipendenza economica per l\u2019Europa. Noi non abbiamo abbastanza petrolio o gas naturale, mentre possiamo produrre eolico e fotovoltaico. Questa \u00e8 una buona ragione per creare capacit\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p>Ma dobbiamo abbandonare l\u2019idea che l\u2019Europa debba essere in grado di produrre tutto, o che la semplice esistenza di un concorrente straniero molto efficiente costituisca automaticamente una minaccia geostrategica. Lo dice qualcuno che dedica gran parte della propria ricerca proprio a dimostrare che alcune dipendenze geoeconomiche esistono. Ma da questo a sostenere che ogni Paese debba avere la propria acciaieria c\u2019\u00e8 una distanza enorme\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nE allora come dovrebbe funzionare una politica industriale europea?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cIl primo principio dovrebbe essere: sussidiare un settore, non un\u2019azienda.\u00a0<\/p>\n<p>Se decidiamo che una certa tecnologia \u00e8 davvero strategica, possiamo creare incentivi affinch\u00e9 in quel settore emerga capacit\u00e0 europea. Ma poi deve esserci una competizione molto forte tra le imprese e dobbiamo accettare che vinca quella migliore.\u00a0<\/p>\n<p>E questo, politicamente, per l\u2019Europa \u00e8 difficile. Immaginiamo che finanziamo un settore strategico e alla fine tutte le aziende che vincono siano tedesche. Quanto ci mettiamo prima di tornare a dire: allora ne vogliamo una italiana, una spagnola, una francese?\u00a0<\/p>\n<p>A quel punto siamo di nuovo alla politica dei campioni nazionali. E quella politica non ha funzionato.\u00a0<\/p>\n<p>Negli Stati Uniti questo problema \u00e8 meno forte. Se si finanzia l\u2019industria dei chip e molte fabbriche finiscono in Texas, il sistema politico riesce ad assorbirlo. In Europa dobbiamo essere capaci di pensare davvero a una politica industriale europea, non a ventisette politiche industriali nazionali coordinate attraverso Bruxelles\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nSull\u2019AI la questione diventa ancora pi\u00f9 delicata. L\u2019Europa parla di gigafactory, sovranit\u00e0 tecnologica, un proprio stack. \u00c8 realistico inseguire Stati Uniti e Cina lungo tutta la catena?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cQui distinguerei almeno tre cose.\u00a0<\/p>\n<p>La prima: siamo davanti a una tecnologia che cambia con una velocit\u00e0 enorme. Ogni sei mesi scopriamo nuovi utilizzi e nuove possibilit\u00e0. Pensare che un\u2019amministrazione pubblica possa decidere dall\u2019alto quale tecnologia o quale specifica impresa vincer\u00e0 mi sembra abbastanza folle.\u00a0<\/p>\n<p>Lo Stato pu\u00f2 creare incentivi, infrastrutture, condizioni fiscali e regolamentari che favoriscano il settore. Ma l\u2019innovazione deve avvenire attraverso una fortissima competizione privata.\u00a0<\/p>\n<p>La seconda distinzione \u00e8 tra il training dei frontier models e l\u2019inference, cio\u00e8 l\u2019utilizzo dei modelli.\u00a0<\/p>\n<p>Addestrare i modelli alla frontiera richiede investimenti enormi ed \u00e8, almeno nelle condizioni attuali, un obiettivo molto difficile per l\u2019Europa. Ma gran parte dell&#8217;impatto dell\u2019AI sulla produttivit\u00e0 e sull\u2019economia reale, e una parte importante delle questioni di sovranit\u00e0, hanno a che fare con l\u2019inference e quindi con l\u2019adozione. Quello costa molto meno.\u00a0<\/p>\n<p>Al momento esistono inoltre modelli open-weight, americani e cinesi, che possono essere trasferiti e utilizzati in Europa e che rimangono relativamente vicini alla frontiera. Non sappiamo se sar\u00e0 cos\u00ec per sempre.\u00a0<\/p>\n<p>Per questo una strategia europea realistica potrebbe essere costruire una grande infrastruttura di inference, fare in modo che i dati possano rimanere nei data center europei e soprattutto favorire un\u2019adozione dell\u2019AI molto pi\u00f9 diffusa.\u00a0<\/p>\n<p>Mi sembra pi\u00f9 sensato che decidere di creare per decreto una societ\u00e0 europea che faccia concorrenza ai grandi cloud americani e finire, come diceva De Andr\u00e9, con lo Stato che \u2018si impegna, si indigna e poi getta la spugna con gran dignit\u00e0\u2019\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nResta per\u00f2 il problema della capacit\u00e0 computazionale e dei data center.<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cQuello \u00e8 un problema vero. Ma l\u00ec esiste anche molta politica economica relativamente concreta da fare.\u00a0<\/p>\n<p>Bisogna rendere possibile costruire. I rapporti di Letta e Draghi hanno posto questioni importanti sull\u2019integrazione dei mercati europei. Non possiamo lamentarci di non avere infrastrutture computazionali e contemporaneamente rendere quasi impossibile costruire un data center per problemi regolamentari, energetici, amministrativi o legati al lavoro.\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019Europa \u00e8 grande e ha la capacit\u00e0 di farlo.\u00a0<\/p>\n<p>E dobbiamo lasciare anche qui spazio all\u2019innovazione privata, perch\u00e9 oggi non sappiamo quale sar\u00e0 il data center ottimale fra due o tre anni. Quel rischio deve assumerlo l\u2019investitore. Il compito della politica \u00e8 non creare condizioni che impediscano all\u2019investimento di avvenire per poi lamentarsi che il settore privato non investe\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nParliamo di Unione dei risparmi e degli investimenti. Vivendo a Stanford, a pochi passi dall\u2019ecosistema del venture capital, lei individua un ostacolo europeo di cui si parla molto meno: il diritto fallimentare.<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201c\u00c8 una questione a cui tengo molto. Qui il sistema funziona accettando che un investimento in una startup sia estremamente rischioso. Il venture capitalist sa che molte societ\u00e0 falliranno e che alcune soltanto ripagheranno tutte le altre. Quando un progetto non funziona, l\u2019impresa viene chiusa rapidamente, si recupera il valore che rimane e si passa al prossimo investimento.\u00a0<\/p>\n<p>\u00c8 un sistema che pu\u00f2 produrre anche fallimenti spettacolari e frodi, ma produce anche moltissima innovazione.\u00a0<\/p>\n<p>Se invece in Italia un giovane che vuole aprire un\u2019impresa deve mettere a garanzia la casa dei genitori, il problema non \u00e8 semplicemente che le banche non vogliono rischiare. Se quando un\u2019azienda va male servono quindici anni per liquidarla distruggendo gran parte del valore, \u00e8 razionale che il capitale privato sia molto pi\u00f9 prudente.\u00a0<\/p>\n<p>Non basta quindi dire \u2018Uniamo i mercati\u2019. Il capitale pu\u00f2 assumersi rischio se esiste anche un sistema nel quale guadagni e perdite possono essere realizzati velocemente.\u00a0<\/p>\n<p>In Europa veniamo inoltre da due o tre secoli di forte penalizzazione culturale e giuridica del fallimento. Nel sistema americano il failure is part of trying: provi, non funziona, vai avanti.\u00a0<\/p>\n<p>Credo che questa sia una questione che l\u2019Europa dovrebbe affrontare seriamente. E se le condizioni fossero quelle giuste, non \u00e8 affatto vero che il venture capital americano non avrebbe interesse a investire in Europa. Il capitale di rischio nel mondo non manca. Mancano, molto spesso, le condizioni nelle quali possa essere impiegato\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nE il rischio di uno \u201cswitch off\u201d americano? Cloud, software, sistemi di pagamento. \u00c8 uno scenario realistico o le multinazionali americane avrebbero troppo da perdere?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cIl conflitto tra interesse delle imprese e interesse geopolitico dello Stato esiste gi\u00e0. Il caso pi\u00f9 evidente \u00e8 Nvidia.\u00a0<\/p>\n<p>La Cina \u00e8 un mercato enorme per Nvidia. Quando l\u2019amministrazione Biden ha imposto restrizioni sull\u2019esportazione dei chip avanzati, certamente Nvidia non era contenta. Perde ricavi, perde scala e corre persino il rischio che Pechino sussidi un concorrente che un giorno potrebbe diventare competitivo.\u00a0<\/p>\n<p>La stessa cosa vale per Asml: non \u00e8 che l\u2019impresa olandese avesse spontaneamente interesse a non vendere le proprie macchine in Cina.\u00a0<\/p>\n<p>Quindi il conflitto esiste.\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019approccio dell\u2019amministrazione Biden era stato sintetizzato da Jake Sullivan con l\u2019immagine dello small yard, high fence: un piccolo giardino circondato da una barriera molto alta, cio\u00e8 pochissime tecnologie veramente strategiche sottoposte a controlli molto severi.\u00a0<\/p>\n<p>Alla fine, scherzando, direi che invece del piccolo giardino abbiamo messo barriere medio-alte e un po\u2019 fragili intorno a tutta Villa Borghese.\u00a0<\/p>\n<p>Ma soprattutto \u00e8 cambiato qualcosa per gli alleati. L\u2019idea originaria era che Canada, Regno Unito o Europa non dovessero preoccuparsi di queste forme di coercizione economica americana. Dovevano preoccuparsene Cina, Russia, Iran.\u00a0<\/p>\n<p>Trump ha cambiato profondamente quella percezione.\u00a0<\/p>\n<p>E paradossalmente credo che lo shock sia stato pi\u00f9 forte per l\u2019Europa e il Canada che per la Cina. A Pechino nessuno \u00e8 sorpreso dall&#8217;esistenza di una competizione geoeconomica con Washington. Per gli europei, invece, l\u2019incertezza ha investito insieme le industrie, le tariffe e persino l\u2019impegno americano nella Nato\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nPu\u00f2 essere soltanto una parentesi legata a un\u2019amministrazione americana?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cQuando introduci incertezza su impegni di questo tipo il problema non scompare semplicemente perch\u00e9 cambia l\u2019inquilino della Casa Bianca.\u00a0<\/p>\n<p>Le politiche di sicurezza hanno orizzonti di vent\u2019anni. Se scopri che un impegno che consideravi strutturale pu\u00f2 essere rimesso in discussione, devi incorporare quel rischio nelle tue decisioni future.\u00a0<\/p>\n<p>Da questo punto di vista credo che dovremo trovare un nuovo equilibrio e che tornare semplicemente a quello precedente non sia possibile.\u00a0<\/p>\n<p>Questo non significa che Stati Uniti, Europa e Cina smetteranno di commerciare. L\u2019interdipendenza economica crea un enorme valore e quindi impone anche limiti alla coercizione.\u00a0<\/p>\n<p>Durante la Guerra fredda il commercio fra Stati Uniti e Unione Sovietica era molto pi\u00f9 segmentato. Oggi dire alla Cina \u2018non ti vendiamo assolutamente nulla che possa avere un utilizzo militare\u2019 \u00e8 quasi impossibile, sia perch\u00e9 moltissime tecnologie sono dual use sia perch\u00e9 il mercato cinese \u00e8 talmente grande che una separazione radicale produrrebbe danni enormi anche a chi la impone.\u00a0<\/p>\n<p>La questione \u00e8 quindi come calibrare queste politiche. E, francamente, nessuno ha ancora una risposta definitiva\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nDove si traccia la linea fra il libero commercio assoluto e l\u2019idea che qualsiasi dipendenza sia una minaccia alla sicurezza?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201c\u00c8 quello che studiamo dalla mattina alla sera.\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019analogia che ho in mente \u00e8 la regolamentazione finanziaria dopo il 2008. Per un certo periodo sembrava che esistessero soltanto due possibilit\u00e0 estreme: o le banche centrali garantivano qualunque cosa, oppure tornavamo all\u2019idea che i mercati fossero perfetti e che si potessero creare tutti i derivati possibili perch\u00e9 tanto le crisi non sarebbero arrivate.\u00a0<\/p>\n<p>Con ricerca, esperienza e un po\u2019 di sangue freddo abbiamo costruito nel tempo una regolamentazione intermedia. Imperfetta, certamente, ma capace di limitare alcune attivit\u00e0 senza abolire la finanza.\u00a0<\/p>\n<p>Sulla geoeconomia siamo ancora in una fase molto pi\u00f9 primitiva. Sembriamo oscillare tra \u2018\u00e8 tutto bullismo geopolitico\u2019 e \u2018facciamo libero commercio, le dipendenze economiche non esistono\u2019. Dobbiamo arrivare a una posizione pi\u00f9 disciplinata.\u00a0<\/p>\n<p>Ci sono alcune attivit\u00e0 nelle quali non \u00e8 prudente dipendere interamente dalla Cina o dagli Stati Uniti. Ci sono tecnologie che dobbiamo valutare attentamente prima di esportare perch\u00e9 potrebbero rafforzare una capacit\u00e0 che poi viene utilizzata contro di noi.\u00a0<\/p>\n<p>Ma per la maggior parte dell\u2019economia la risposta deve continuare a essere: lasciamo lavorare il settore privato e continuiamo a commerciare.\u00a0<\/p>\n<p>Definire dove passa quel confine richiede tempo e ricerca. Ma avr\u00e0 un impatto enorme sulle nostre vite future\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nQuindi quello che vediamo oggi non \u00e8 un episodio, ma l\u2019inizio di una trasformazione destinata a durare?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cS\u00ec. \u00c8 una rotazione che \u00e8 appena cominciata e continuer\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p>Non significa necessariamente che il livello complessivo del commercio globale debba diminuire. Potr\u00e0 salire o scendere. Quello che cambier\u00e0 \u00e8 la sua natura: quali settori commerciamo, con chi, quali attivit\u00e0 consideriamo sensibili e come si organizzano i blocchi geopolitici. Questa rotazione \u00e8 gi\u00e0 iniziata. Quello che stiamo osservando oggi \u00e8 soltanto l\u2019inizio\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>\nC\u2019\u00e8 infine un problema istituzionale. La geoeconomia attraversa governo, settore privato, politica estera, sicurezza nazionale. Chi dovrebbe decidere? Non ci vorrebbe un Consiglio di Sicurezza nazionale?<br \/>\n\u00a0<\/p>\n<p>\u201cAnche negli Stati Uniti la divisione delle competenze fra National Security Council, Tesoro, dipartimento del Commercio e dipartimento di Stato produce una politica spesso molto frammentata. Ma c\u2019\u00e8 una questione ancora pi\u00f9 importante.\u00a0<\/p>\n<p>La geoeconomia \u00e8 un argomento molto vecchio e al tempo stesso molto nuovo. E non pu\u00f2 essere delegato interamente agli esperti come abbiamo fatto, almeno in parte, con la politica monetaria. Queste decisioni hanno conseguenze fiscali, industriali e sul lavoro. In una democrazia devono quindi essere assunte dal potere esecutivo. E questo significa anche che devono essere comprese dai cittadini.\u00a0<\/p>\n<p>Se a decidere \u00e8 il primo ministro con il suo governo, quel primo ministro viene votato. Non possiamo pensare di affidare tutto a qualche burocrate. Dobbiamo spiegare al pubblico che cosa significano queste scelte e convincerlo delle ragioni per cui vengono fatte.\u00a0<\/p>\n<p>Se non riusciamo a portare i cittadini dentro questa discussione, rischiamo di perderli, come \u00e8 gi\u00e0 accaduto sul commercio e sui dazi. E questa, forse, \u00e8 una delle parti pi\u00f9 difficili del lavoro\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>&#8212;<\/p>\n<p>economia<\/p>\n<p>webinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Non \u00e8 la fine della globalizzazione. \u00c8 qualcosa di pi\u00f9 profondo: una riscrittura della mappa delle dipendenze che per decenni abbiamo considerato soltanto come il prodotto efficiente della specializzazione internazionale. 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