Cortei, il punto di vista di Follini: “I giovani, la politica e quella recita stanca” – laser.it

Cortei, il punto di vista di Follini: “I giovani, la politica e quella recita stanca”

(Adnkronos) – “Si affaccia per le strade una generazione impolitica. Giovani formati dalla tecnologia e non dalla politica, per l’appunto. Essi segnano lo stacco più profondo dalle generazioni che diedero vita al protagonismo politico a cavallo del 68, e poi ancora una decina d’anni dopo. Quelli volevano cambiare il mondo. Questi danno per scontato il mondo com’è, e vogliono cambiare la loro parte nel mondo che c’è. 

Di fronte a loro si erge (si fa per dire) una politica litigiosa e dispersiva, dedita a un esagerato culto propagandistico di se stessa, ma incapace di trovare un modo per affrontare assieme, lealmente, almeno alcuni dei problemi che attanagliano il paese. Offrendo così ai più giovani lo spettro di una dirigenza prigioniera del suo “particulare” ben oltre il giusto e l’ovvio. Come ha segnalato acutamente nei giorni scorsi Luigi Zanda. 

Naturalmente nel giudizio non si dovrebbero tagliare le cose con l’accetta. Tanto più in presenza di uno scenario così mutevole e così difficile da mettere a fuoco. Quello che però appare evidente è che questa generazione non sembra credere più di tanto alle possibilità, tantomeno alle virtù, della politica. Non a quella dei loro padri, evidentemente. Ma neppure a quella dei loro coetanei e di loro stessi. I ragazzi che scendono in piazza di questi tempi possono infervorarsi per una buona causa o magari invece percorrere le strade scivolose della violenza come abbiamo appena visto a Milano. Ma in un caso e nell’altro la “politica” sembra fuori dal loro orizzonte. Essa tuttalpiù è un pretesto. Un episodio, una circostanza. Molto più raramente una passione. 

Naturalmente le prediche e i giudizi di noi anziani andrebbero presi con le molle. Il grande Benedetto Croce aveva decretato a suo tempo che il compito dei giovani era -semplicemente- quello di invecchiare. Dal che si evince che forse a una certa età occorrerebbe sforzarsi di essere più indulgenti con gli altri (e magari un po’ meno con se stessi) per non lasciarsi andare a troppe prediche. E però le generazioni, diciamo così, meno recenti sono proprio quelle che a suo tempo più si erano illuse di dare un’altra piega alla nostra vita pubblica. Dunque è fatale che si finisca sempre per sentirsi parte in causa -anche quando non lo si è più da tempo. 

Diventa inevitabile, insomma, il paragone tra ieri e oggi. E inevitabili anche certi riflessi condizionati -mai del tutto inediti. Le violenze milanesi della settimana scorsa avevano dato luogo per l’appunto alla più classica delle dispute in materia. Da un lato quanti si schierano dalla parte di legge e ordine e condannano con la maggiore severità ogni infrazione. Dall’altro quanti suggeriscono un dovere in più di “comprensione” verso il disagio giovanile. Due argomenti che vengono abitualmente giocati, l’un contro l’altro. E che forse invece andrebbero per quanto possibile declinati insieme, poiché il senso della legalità e quello dell’ascolto fanno parte tutti e due di quella che con un po’ di retorica si vorrebbe chiamare la buona politica. 

Il fatto è che invece è proprio la politica la grande scomparsa di questi anni. Quell’insieme di passioni, proteste, sogni, tribolazioni, velleità con cui il mondo di ieri faceva i conti col futuro, pur tra mille eccessi. E che il mondo di oggi vive invece con un sentimento di estraneità, corretto di tanto in tanto da improvvise esplosioni di rabbia. Sia chiaro, quel passato non era fatto solo di rose e di fiori. E il “mito” del 68 dovrebbe pur fare i conti con certe sue schegge impazzite che negli anni successivi avrebbero dato luogo alle violenze del terrorismo. Come a ricordarci che vi è quasi sempre, nella storia degli uomini e dei popoli, un intreccio inestricabile tra la virtù e il vizio. 

Ai nostri giorni, però, c’è un problema in più. E cioè appunto il fatto che la politica non appare più risolutiva né dei nostri stati d’animo e forse neppure delle nostre contese. Essa è diventata una recita stanca, dove ognuno finisce per interpretare la sua parte con parole ovvie e vuote, e dove l’antagonismo tra le parti, così accentuato e gridato di volta in volta, appare aver preso il posto di quella dialettica tra le generazioni che aveva segnato la seconda metà del secolo scorso. 

Resta ferma la condanna della violenza, certo. E resta altrettanto fermo il dovere dell’ascolto -anche delle voci più dissonanti. Ma se la politica non riesce ad offrire una cornice al conflitto generazionale diventa fatale che ci si perda. Tutti appesi al filo di parole d’ordine troppo gridate e paradossalmente, forse proprio per questo, troppo poco ascoltate”. (Di Marco Follini) 

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