Papà Antonelli: “Dalla prima volta su un kart al Mondiale, il viaggio di Kimi. La paghetta? Ha un significato…” – laser.it

Papà Antonelli: “Dalla prima volta su un kart al Mondiale, il viaggio di Kimi. La paghetta? Ha un significato…”

(Adnkronos) – I giorni dopo il trionfo raccontano una festa contenuta: “Abbiamo passato qualche ora tutti insieme con il team domenica sera, dopo il Gran Premio, ma senza fare troppo tardi. Lunedì Kimi doveva lavorare e poi siamo partiti per il Brasile, con testa già al Gran Premio di domenica”. Il mondo di Kimi Antonelli, il campione del mondo più giovane della storia della Formula 1, si capisce anche così. Papà Marco Antonelli sorride quando lo spiega all’Adnkronos da Tatuí, Stato di San Paolo, Brasile: “Siamo stati invitati alla fattoria della famiglia Senna, abbiamo visto tutto con un tour ed è stato fantastico”. Un momento speciale per Kimi, cresciuto nel mito della leggenda brasiliana. E del suo numero, quel 12 che ha già annunciato di non voler togliere dalla monoposto nonostante la possibilità di avere l’1 dei campioni.  

Nonostante il Mondiale messo in cassaforte, gli Antonelli non si fermano…
 

“Per festeggiare ci sarà tempo (sorride). Di sicuro, al rientro in Italia, faremo qualcosa”.  

Avete realizzato l’impresa di Kimi?
 

“Relativamente. Sono cose grandi, te ne rendi conto pian piano. Sai che hai vinto, sì, ma poi capisci la portata di tutto guardandoti intorno, anche grazie alla stampa e ai social”.  

Il titolo è un risultato inaspettato, anche considerando le normali difficoltà incontrate l’anno scorso, all’esordio in Formula 1. Cosa diceva a suo figlio nei momenti meno semplici?
 

“Di pensare a fare il suo, di credere in quello che faceva e di non mollare. Le cose non possono andare sempre bene, ma nemmeno sempre male. Se uno ci crede e ci mette impegno e perseveranza, però si arriva”.  

In questi giorni sono tornati virali i vecchi commenti dei tifosi della Mercedes all’annuncio di Kimi. Da ‘è troppo giovane’ a ‘non possiamo fare una scommessa così dopo Hamilton’, molti appassionati non erano stati gentili nei suoi confronti.
 

“Io mi aspettavo qualcosa di bello. Oggi è una cosa facile da dire, lo so, ma anche l’anno scorso Kimi aveva fatto cose importanti, nonostante fosse stato messo in croce dopo soli sei mesi di F1. Questo è un mondo spietato e lo sappiamo, ci vuole tanto per convincere e poco per farsi criticare. Non si può piacere a tutti”.  

Cos’è cambiato in questa stagione?
 

“L’esperienza, sicuro. E uno la acquisisce strada facendo, anche conoscendo meglio gli avversari e metabolizzando pian piano i progressi. Poi, con qualche buon risultato, è anche più facile trovare fiducia”.  

La sua prima volta in pista se la ricorda?
 

“Aveva un anno, era il 2007, sulla pista di Sarno. Lo portammo a un evento e poi, a un certo punto, salii su un kart con lui in braccio. Alla fine del giro, sua madre lo fece scendere e lui cominciò a piangere. Non voleva staccare le mani dal volante…”.  

Anche in casa non scherzava.
 

“Nel 2009 presi un simulatore per il nostro team, per un evento, e lo portai a casa per le vacanze di Natale. Ci giocavamo insieme. Me lo mettevo sulle gambe e acceleravo, lui sterzava e cambiava…”.  

Sono queste le cartoline a cui ha pensato a Città del Messico, quando suo figlio è diventato campione del mondo?
 

“In realtà ho ripensato a tanti momenti passati insieme sulle piste. Alle mille fatiche e al tempo tolto alla famiglia, a cominciare da sua sorella Maggie. E poi al tempo tolto al mio lavoro e a tante altre cose, con la convinzione che sì, ne è valsa la pena”.  

Come venne fuori l’occasione Mercedes?
 

“Il team venne a vederlo ad Adria, in una gara. Alla fine, vennero a parlarmi il team principal Toto Wolff e il responsabile dell’Academy. Videro in Kimi qualcosa di particolare e decisero di puntare su di lui. Noi fummo chiari: ‘Non avremo la forza di portarlo avanti nelle categorie oltre i kart’. Mi dissero che, se avesse continuato a performare in quel modo, ci avrebbero pensato loro nonostante l’età. E così è stato”.  

Dopo il podio in Messico, è diventata virale una sua immagine con Toto Wolff. Uno indica l’altro, quasi a dire: “È merito tuo”.
 

“Proprio così, cercavamo un colpevole”. E se la ride. “Diciamo che insieme, in modo diverso, abbiamo contribuito a formare un ragazzo tenendolo con i piedi per terra e trasmettendogli buone abitudini. La Mercedes ha avuto il merito di crederci, continuando a farlo anche quando ci sono state difficoltà”.  

Ok il sogno della Formula 1, ma a Kimi ha sempre detto di non sottovalutare la scuola, fino a fargli portare i libri… nel paddock.
 

“Sa, le regole sono fondamentali nella vita. E, in contesti diversi, vanno rispettate fin da bambini. Anzi, dico che con più regole a una certa età, tante brutte cose che vediamo oggi non ci sarebbero. La scuola è stata fondamentale, gli ha insegnato che per raggiungere risultati a volte c’è da soffrire. Come nella vita di un pilota professionista”.  

A proposito di insegnamenti, dopo la festa è diventata virale la storia della paghetta. Ce la spiega meglio?
 

“Ho letto molte inesattezze, a cominciare dal discorso dei guadagni. Kimi non guadagna decine di milioni di euro come si dice in giro, perché è un rookie. Tanta gente poi hai ironizzato sul discorso della paghetta. Intanto, nessuno tocca i soldi di nostro figlio, ci mancherebbe. Io pago sempre per lui anche se è un pilota di Formula 1, per me è inconcepibile che un figlio paghi per il genitore. La paghetta, ironia a parte, è un modo per insegnargli a risparmiare e ad avere una gestione giudiziosa dei soldi, che sono suoi e che nessuno tocca, con un limite di spesa mensile. Per non farlo diventare, quando guadagnerà di più, uno spendaccione. E per evitare che magari si ritrovi senza niente a fine carriera, come successo a tanti altri campioni”.  

I casi non mancano…
 

“La paghetta è mirata a questo. Noi sappiamo di avere un figlio intelligente, che rispetta i genitori, e abbiamo fatto un accordo. È un patto che tiene conto della sua vita da ragazzo di venti anni che gira il mondo, ovvio. Kimi sa quanto può spendere e rientra in quella cifra a fine mese. Credo che imparare a risparmiare sia una cosa più che normale per un giovane, anche se guadagna tanti soldi. È educazione pure questa”. 

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